L’ultimo lenzuolo bianco – Farahad Bitani

Farahad Bitani

“Ma l’Afghanistan è uno zoo con i leoni al potere, in mezzo ad una folla di uccellini. Non ci sono regole, vige solo la legge del più forte”
F. Bitani, ex capitano dei Mujaheddin

Un libro che intreccia la vita di un ragazzo a quella del suo popolo. Un libro in cui l’Italia ha un ruolo significativo: da leggere (1)

L’infanzia negata a Kabul

Farhad Bitani nasce a Kabul nel 1986: lo evidenzio perché, secondo quanto lui stesso scrive, in Afghanistan il 90% dei giovani non conosce la propria data di nascita.

Suo padre, generale dell’esercito di Mohammed Najbullah (quarto e ultimo Presidente della Repubblica Democratica dell’Afghanistan, scofitto nel 1992, ucciso dai talebani nel 1996), sceglie di schierarsi con i mujaheddin, che all’epoca dell’invasione russa combattevano per l’indipendenza del paese. (2)

Sua madre è un’Antigone asiatica: non ha avuto la possibilità di istruirsi, ma insegna al piccolo Faharad che nel cuore di ogni uomo – o donna – c’è un punto bianco (l’umanità) che può estendersi fino a permeare tutta la persona.

Grazie al ruolo del padre, il bambino è un privilegiato, a cui non manca nulla, in un paese dove non esiste l’infanzia, né l’adolescenza: i bambini crescono tenendo in mano un’arma, invece del pallone. Privilegiato, ma immerso nell’orrore, che per lui e i suoi amici era la normalità: durante la guerra civile, assiste alla lapidazione di una donna, ritenuta adultera, davanti alle sue bambine, vede bambini violentati e assassinati per un macabra e crudele “sfida” degli adulti.

E si inoltra, insieme ai suoi coetanei, in un paesaggio degno dell’ “Inferno” di Dante: la foresta delle mani mozzate, appese per giorni e giorni ai rami degli alberi, come monito.

Durante l’infanzia e l’adolescenza non ha mai potuto vedere il rispetto per le persone, né da parte dei mujaheddin né da parte dei loro acerrimi nemici, i talebani, che hanno fatto degli atti di brutalità un perverso “spettacolo”.

Eppure, qualcosa in lui fa resistenza, gli impedisce di cedere alla barbarie a cui vogliono costringerlo: è il “punto bianco” del suo cuore.

Roma, Modena, Torino: “Mi sono accorto dopo anni di quanto veleno ho inghiottito”

Una diversa sensibilità si fa strada nel ragazzo, mentre la famiglia supera i tempi bui imposti dai talebani (che arrestano suo padre nel 1997) e torna ad essere privilegiata, dopo l’intervento militare americano, grazie al fatto che il padre diventa comandante dell’esercito del governo democratico di Karzai. (3)

E’ in questo periodo, dal 2003 in poi, che si apre la prima crepa nella corazza di Faharad, complice anche il nostro paese.

Il ragazzo è a Roma con la famiglia: dopo un litigio con il fratello, esce dall’albergo e piange, addossato ad un muro. In quel momento gli si avvicina un’anziana donna, che gli chiede con dolcezza come sta e gli compra una bottiglietta d’acqua.

Un gesto che Farhad non capisce, ma che lo porta a riflettere sui propri pregiudizi riguardo gli infedeli e le loro donne.

Successivamente, a partire dal 2007, interviene l’esperienza di studio e di vita, prima all’Accademia militare di Modena, poi alla Scuola militare di Torino.

In entrambe le città, il giovane si lega sempre di più ai compagni di corso italiani, spinto anche dal desiderio di capire quel mondo così diverso dal suo, che gli sembra però “Un primo, piccolo passo per rendere il mondo più giusto e più umano.

Tornato in patria, il suo ruolo di capitano dell’ esercito lo porta in missione con le truppe alleate contro i talebani e Al Qaida.

Nel corso di un’ azione di guerra, due talebani sono catturati. Il maggiore americano si rivolge a Farhad: “Uccidili, questi bastardi”. Farhad punta la pistola su uno di loro, rimane immobile, pensa alla comune radice umana e abbassa la pistola: “Non posso farlo”.

Il “punto bianco” del cuore è prevalso.

Si rende conto che non vuole più vivere nel suo paese d’origine, ma nell’unico posto in cui si era sentito in pace con se stesso: l’Italia. Non sopporta più la vita comoda, derivante dai guadagni fatti sulla pelle di milioni di afgani poveri.

Nel 2009, a 23 anni, abbandona la divisa per sempre e torna in Italia, senza avvertire nessuno, senza salutare.

Arriva a Torino, dove la Questura gli concede asilo politico. Comincia a lavorare come mediatore culturale, il lavoro che tuttora svolge e ama.

Nel 2012 arriva la condanna alla fatwa (la condanna a morte per gli “infedeli”).

I giudizi di Farhad sulle opposte fazioni che dilaniano il suo paese sono oggi molto netti.

Il giovane rileva che gli ingenti fondi Nato destinati ai giovani non vanno ai figli dei bisognosi, bensì ai figli dei generali, che li dilapidano, facendo la “bella vita”.

E se dei talebani scrive che, quando prevalgono, lo fanno grazie al controllo delle menti di una popolo senza istruzione, non risparmia parole dure ai mujaeddin: il loro obiettivo, in origine, era l’Islam, la pace la libertà, il sostegno ai più deboli, mentre adesso è “rubare, ammazzare, fare la guerra. Il 90 % degli afghani vive in povertà, nonostante i miliardi di dollari della Nato” (pag. 144).

<strong>Quale futuro per l’Afghanistan?: opinioni a confronto</strong>

Pagherà il popolo, come sempre” (Domenico Quirico, su “La Stampa” del 26 – 07 -2020, “Tradito dall’America l’Afghanistan aspetta la vendetta dei talebani”)

Gli accordi di Doha (Quatar), firmati il 28 febbraio 2020, prevedono il disimpegno Usa e aprono la stagione negoziale fra il governo afghano dei mujaeddin e il movimento talebano.

Ma questi accordi sollevano molti dubbi.

Secondo Quirico, a Doha gli Usa, ormai allo stremo, hanno consegnato l’Afghanistan ai talebani.

Il giornalista pone una serie di domande: quale sarà la sorte degli afghani che hanno affiancato gli Usa, quando tutto quello che è espressione di libertà tornerà proibito? Che ne sarà delle donne che credevano fosse arrivato il tempo della loro liberazione?

E le famiglie che vedevano negli occidentali i loro protettori, coloro che erano arrivati per cancellare le madrase e mandare finalmente i bambini a scuola?

Pagherà il popolo. Come in Algeria nel 1962, in Vietnam del Sud nel 1975, ancora a Kabul nel 1991. E come i Curdi nel 2020, aggiungo.

Perplessità sugli accordi sono manifestate anche da chi ha un retroterra di esperienze missionarie cosmopolite. Ugo L.Borga e Chiara Sulmoni , su “Il messaggero di S. Antonio” (maggio 2020 “The Deal”), rilevano che, in sintesi, i Talebani sono vincolati solo all’impegno di non ospitare gruppi terroristici antioccidentali: riuscirà il governo a reggere?

Inoltre: nella società civile c’è stata una forte sensibilizzazione sul tema dei diritti umani, sui diritti delle donne (a cui non si accenna negli accordi) e sulla libertà di stampa, grazie a reporters bravi e coraggiosi. Ma questi gruppi non saranno rappresentati al tavolo negoziale.

E l’uccisione di due donne giudici, avvenuta poche settimane fa, conferma queste pessimistiche previsioni.

Nota

1) Il titolo si riferisce al lenzuolo – l’unico rimasto – che la madre di Farhad utilizzò per avvolgere il cadavere di un uomo che, durante la dittatura dei talebani, si era lasciato consumare dalla rabbia e dalla fame.

2) L’intervento dell’URSS in Afghanistan, a sostegno delle forze armate della Repubblica democratica dell’Afghanistan ( RDA), cominciò nel 1979. Era rivolto contro i guerriglieri afghani ( mujaheddin), sostenuti dagli armamenti, dai rifornimenti e dall’appoggio logistico, non ufficiale, di Usa, Pakistan, Arabia Saudita, Cina, Regno Unito.

Gli scontri fra le opposte fazioni e le relative etnie continuarono anche dopo gli accordi di Ginevra del 1989, che sancirono il ritiro delle truppe sovietiche.

Almeno 650.000 i morti e feriti afgani, 26.000 le vittime fra i nemici.

3) La guerra civile continuò anche dopo gli accordi di Ginevra, fino al 1996, quando i sostenitori del governo democratico di Najbullah, l’ultimo presidente democratico, appoggiato anche dai M, furono definitivamente sconfitti dai talebani, che instaurarono un governo fondamentalista.

Il 7 ottobre 2001 iniziò la seconda guerra, su iniziativa degli Usa, che giustificarono il loro intervento come parte della lotta al terrorismo, con lo scopo di distruggere Al Queda e uccidere Osama Bin Laden ( obiettivo che venne raggiunto nel 2001). Gli Usa si appoggiarono ai mujaheddin contro i talebani, ma la loro compagna militare continuò senza raggiungere gli obiettivi previsti.

(Secondo il rapporto Onu, i morti afghani a fianco delle truppe Usa sono stati 1000 al mese ( Il Messaggero di S. Antonio).

Anche per questo si arrivò agli accordi di Doha, fra l’ amministrazione Trump ed i talebani.

Fonti:

  • Farhad Bitani, “L’ultimo lenzuolo bianco” Neri Pozza Ed., 2020;
  • Domenico Quirico: “Il diavolo si svela nelle guerre sante”, “La Stampa”, 6-10-2020;
  • “Tradito dall’America l’Afghanistan aspetta la vendetta dei talebani”, “La Stampa”, 26-09-2020 ;
  • Ugo Lucio Borga, Chiara Sulmoni: “The Dead – L’accordo”, “Il messaggero di S. Antonio”, maggio 2020.
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Una risposta to “L’ultimo lenzuolo bianco – Farahad Bitani”

  1. Paolo Maurizio Dieghi

    La situazione in cui si trova la popolazione dell’Afghanistan mi era nota. Quando articoli e notizie me la riportano presente, tristezza e rabbia riaffiorano. Tristezza per la gente che deve subire le violenze (soprattutto bambini e donne) e rabbia perché tutti i grandi organismi mondiali sono inefficienti.

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