Rohingya: la minoranza più perseguitata al mondo

Quando s’è toccato il fondo, si può sempre iniziare a scavare – I Rohingya la minoranza più perseguitata al mondo ( Stima dell’Onu)

rohingyaChi sono i Rohingya?

Una popolazione di etnia bengalese, in maggioranza musulmana sunnita.

Nel 1982 la giunta militare al potere in Myanmar (l’ex Birmania, a maggioranza buddista) aveva privato della cittadinanza i Rohingya perché “(…) non fanno parte delle etnie riconosciute”.

La repressione violenta ha avuto inizio in seguito ad alcuni scontri con militanti fondamentalisti Rohingya.

Secondo Médicins sans frontières, fra il 25 agosto e il 24 settembre 2017, le forze di sicurezza del Myanmar, unitamente ad estremisti buddisti, hanno ucciso 6.700 Rohingya.

Tra di loro, anche 730 bambini sotto i tre anni. “Un tentativo di genocidio”, secondo la corte internazionale dell’Aja. (1)

Dove vivono adesso? I Rohingya si sono rifugiati in Bangladesh, il cui governo ha dichiarato di essersi “stancato” di offrire loro ospitalità.

mappa Cox's Bazar

L’ “ospitalità” del più grande campo profughi del mondo (1, 2 milioni di rifugiati), situato nella regione di Cax’s Bazar, nel sud del Bangladesh, in cui domina la miseria: 40 mila persone per kilometro quadrato, la densità demografica più alta al mondo, 12 abitanti in ognuna delle baracche di fango, di legno e di fogli di plastica, pericolosamente edificate su piazze fangose ed acquitrini.

Rohingya-Cox-Bazar

(1)Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace 1991, oggi consigliere di Stato del governo di Maynmar, ha minimizzato i crimini commessi contro i Rohingya.

A seguito delle dichiarazioni da lei rese alla Corte Internazionale di giustizia dell’Aja, il direttore regionale per l’Asia di Amnesty International, Nicolas Bequelin, ha commentato: “Non li ha neanche menzionati (i crimini, ndr) né ha riconosciuto la dimensione di quei crimini. Questo tentativo di ingannare è deliberato, ingannevole e pericoloso.”

Le ricerche di Amnesty hanno individuato 13 alti ufficiali dell’esercito del Myanmar, compreso il comandante in capo, su cui si dovrebbero aprire procedimenti giudiziari per i crimini commessi contro i Rohingya. (La Repubblica – Mondo solidale).

<strong>I Rohinga che tentano la fuga</strong>
Gruppi di profughi hanno rischiato la vita per cercare rifugio in Thailandia, Indonesia, Australia e Malaysia, ma la marina militare di questi paesi ( anche quella australiana, ndr) li ha ricacciati al largo con la forza. Lo scorso aprile, almeno 60 profughi ( su 500 ), sfiniti dagli stenti, si sono suicidati buttandosi in mare, dopo una breve preghiera. La nave su cui si erano imbarcati aveva girato inutilmente tutte le coste del Bengala chiedendo un rifugio, rifiutato sia dai tailandesi che dai malaysiani. I superstiti sono stati riportati a Cok’s Bazar.

Le preoccupazioni principali sono il cibo e le medicine, la sicurezza e la formazione vengono dopo.

Ci sono molte Ong che lavorano nei campi, ma possono distribuire solo riso e olio, senza proteine.

Così i profughi rivendono i pochi alimenti che hanno ricevuto nei mercati locali, per comprare carne e pesce.

Ma molte donne, anche adolescenti, si prostituiscono per un piatto di cibo.

Almeno la metà dei profughi hanno meno di 18 anni, il 98% di loro è disoccupato e prima o poi finirà in un gruppo criminale.

La situazione è ancora più grave, se possibile, per i bambini, che crescono nel vuoto educativo, perché il governo di Dhaka non permette loro di frequentare le scuole insieme ai loro coetanei bengalesi.

Le Ong locali e straniere hanno creato degli spazi educativi in cui si impara sia l’inglese che il birmano (nell’eventualità che in futuro si presentino le condizioni per un ritorno nel paese d’origine). Ma i gruppi islamici integralisti diffondono le madrasse, dove i bambini imparano solo l’arabo e il Corano, che aprono la strada alla radicalizzazione.

Cox-Bazar-Rohingya-campo-profughi

Esistono prospettive per il futuro?

Dopo le violenze del 2017, Bangladesh e Myanmar si sono accordati per un ritorno dei Rohingya che “ne hanno il diritto”, cioè che abbiano vissuto nel paese per decenni “e che non siano parte di organizzazioni terroristiche”. Ma sono rientrate poche centinaia di persone.

La maggioranza tornerebbe, se avesse il diritto alla piena cittadinanza, che comporta la possibilità di sfruttare le risorse del territorio, eventualità esclusa dall’esercito, che ha in mano l’economia del Myanmar. Per chi governa i Rohingya devono essere solo “residenti”.

Il mondo occidentale condanna il Myanmar, ma in pratica fa ben poco di concreto. Nulla di nuovo.

Rimangono le circa 100 Ong – fra queste, la Caritas Bangladesh – che lavorano per i rifugiati.

Ma ecco come Mohammed Zabair, che vive a Cox’s Bazar dal 1992, vede il futuro. “Ci sentiamo inutili, in questo mondo. Non c’è pace, non c’è felicità, non c’è divertimento.

I miei sono morti qui, la mia vita finirà qui e anche la vita della prossima generazione finirà qui. Non abbiamo alcuna speranza.”

Fonti:

Se ti è sembrato interessante, condividilo!

Lascia un commento

  • (non sarà pubblicata)

XHTML: Puoi usare questi tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>