Italiani di oggi e di domani

L’Italia è fatta, ora bisogna fare gli italianiMassimo d'Azeglio
Oggi ci si chiede di fatto questo: esiste una “civiltà italiana” in grado di dare un’identità nazionale – “comunque la parola ci disgusti” – a quelli che vivono o sono nati in questo pezzaccio di terra appeso ad asciugare in mezzo al mare?Luca Sofri
Italiani di oggi e di domani

Fare gli italiani : a che punto siamo ?

A uno studente liceale che gli chiede a che punto siamo, rispetto al progetto “fare gli italiani”, l’ex ambasciatore e scrittore Sergio Romano risponde che, anche se il nostro paese rimane caratterizzato da forti diversità, non si può dimenticare che ai tempi di D’Azeglio l’italiano era parlato dal 2,5% degli abitanti della penisola, che il tasso di analfabetismo si aggirava intorno al 75%, che per viaggiare dal Sud al Nord e viceversa era meglio prendere la nave che la diligenza. L’Italia di oggi, con tutti i suoi guai, è pur sempre la terza economia industriale europea.( Lettere al Corriere della sera, Tre quesiti sul Risorgimento di un liceale genovese. (Il Corriere della sera, 3 maggio 2012)

Luca Sofri, il direttore del quotidiano on line Il Post, accantona il discorso economico , preferendo concentrarsi sulla formazione della coscienza nazionale italiana e a questo proposito presenta la figura di Piero Gobetti, giovane antifascista torinese, storico e giornalista, morto esule a Parigi a venticinque anni, nel 1926.

Gobetti, che interpretava il Risorgimento come una rivoluzione fallita, in quanto non aveva coinvolto le masse popolari, lavorò febbrilmente per una rivoluzione liberale nel nostro paese, fondando la rivista La rivoluzione liberale ed il periodico Il Baretti. Per un primo approccio alla sua figura , si può fare riferimento al romanzo di Paolo di Paolo Mandami tanta vita (Feltrinelli 2013), che narra due vite parallele, quella di Gobetti e di un giovane che lo ammira di lontano.

Paolo di Paolo, Mandami tanta vita. Book Trailer

 

Una breve premessa di carattere storico: negli anni dal 1830 al 1859, il dibattito sulla forma istituzionale di un futuro stato italiano propendeva nettamente per una scelta Confederale o Federale: i moderati Gioberti, Balbo, D’Azeglio pensavano ad una Confederazione, i democratici Ferrari e Cattaneo ad una Federazione; solo Mazzini aveva come modello uno stato accentrato.

Nel periodo successivo alla seconda guerra d’indipendenza ed alla spedizione dei “Mille”, il modo in cui era  avvenuta l’unificazione, la preoccupazione di chiudere la fase rivoluzionaria, il problema del brigantaggio meridionale, l’esigenza di presentare in ambito europeo ( in particolare a Francia e Inghilterra, che in modi diversi avevano favorito l’ abbattimento dei vecchi Regni) uno Stato che apparisse solido, indussero la classe dirigente moderata ad avviare un processo di centralizzazione.

Rimaneva il problema di trovare dei valori comuni; a questo proposito , Massimo D’Azeglio disse : “L’Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani”.

 “Non fate gli italiani”

Luca Sofri nel suo libro  Un grande paese racconta una scena a cui ha assistito all ’aereoporto di Boston, dove due ragazzini toscani, che non avevano rispettato la fila della cassa al bar, vennero così rimproverati dai loro genitori: “Non fate gli italiani”.

Dopo aver osservato che il principio che sia bene “non fare gli italiani” rischia di essere il motto delle persone perbene, nel nostro paese, Sofri continua: “Ma D’Azeglio non disse , a differenza di quelli che lo citano,  ‘L’Italia è fatta, non riusciremo mai a fare gli italiani’. Disse : ‘Bisogna fare gli italiani’. Non era più ingenuo di noi , però pensava che si debba fare ciò che è giusto (…) E nella differenza tra riconoscere in questa frase una sola verità ‘gli italiani sono ancora da fare’ – o due – ‘bisogna farli, cazzo!’ – stanno i ragionamenti di questo libro. “.

Con l’obiettivo di dare un contributo in questo senso il direttore del Post esamina i festeggiamenti per l’Italia campione del mondo nel 1982, l’importanza dei leader ( leader, non fallowers degli elettori) , il significato ed il valore del termine “elitismo”: “Gli italiani del passato non erano migliori di quelli di oggi. Ma le èlite avevano insegnato loro ad avere vergogna dei propri difetti, delle proprie meschinità , delle proprie cattiverie. O almeno a considerarli sbagliati. Gli avevano insegnato che c’era il giusto e lo sbagliato ( con molti dubbi in mezzo, ma anche diverse certezze ) e se anche razzolavano male conoscevano le buone prediche.” ( pag. 90-91).

Ora invece votiamo donne e uomini come noi e non più bravi di noi, perché non ammettiamo che lo possano essere : “li preferiamo simpatici e incapaci”.

Soprattutto nella seconda parte del libro, le considerazioni di Sofri prendono l’avvio da alcuni aspetti della vita quotidiana, di cui vengono smontate alcune costruzioni linguistiche, espressioni di una mentalità diffusa ( “Sii te stesso”; “Dico sempre quello che penso”; “Non accettiamo lezioni”…) per affrontare temi generali. Ad esempio, partendo dall’espressione “Non accettiamo lezioni” Sofri riflette sul fatto che il mondo si migliora anche mettendo a disposizione degli altri le cose che sappiamo e che abbiamo capito, in particolare su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato e sugli strumenti per capirlo; impartendo lezioni, appunto, ed accettando di riceverle.

La ricchezza di spunti e prospettive compensa ampiamente qualche squilibrio nell’organicità di un testo che ha anche il notevole pregio di riconoscere la pesante responsabilità dei giornalisti nella crisi italiana: “Chi fa l’informazione (..) ha responsabilità nella catastrofe italiana seconde di pochissimo a quelle di chi fa politica: ha in mano uno strumento formidabile di educazione e lo butta in marchette, terrorismo, sensazionalismo e pessimo esempio, (…)”( L. Sofri, pag 153)

Sofri si chiede anche se è possibile individuare un repertorio di singoli orgogli nazionali su cui fondare la costruzione di un orgoglio nazionale , da contrapporre alla retorica dell’ “elmo di Scipio” e simili . Come scelta personale, indica la canzone “L’amore che strappa i capelli è perduto ormai” di Fabrizio De Andrè, la Stazione di Santa Maria Novella, i fumetti di Gipi, la lettera d’addio di Gabriele Cagliari, Giovanni Soldini quando andò a prendere Isabelle Autissier, Giorgio Ambrosoli, Alex Langer, gli ‘angeli del fango’ dell’alluvione fiorentina, quel ‘Pazienza’, scritto in italiano da Rudolf Levy. E anche quella benedetta finale, per l’urlo di Tardelli e per quello di Nando Martellini”.( Sofri, cit. pag 38 )

UN FLASH BACK SUGLI ULTIMI VENT’ANNI: ” ITALIA, VENTUNESIMO SECOLO ”

Genova, la caserma Diaz, la folla di Pontida e i comizi di Grillo, ma anche le fabbriche abusive, Cogne, Marco Pantani … Marco Imarisio, giornalista del “Corriere” non rimane in studio ad aspettare le agenzie, va sul posto e racconta decine di avvenimenti, cercando “il dettaglio che illumina”, il particolare che rende ogni cronaca unica. Il libro ideale per chi vuole ripercorrere gli ultimi vent’anni attraverso la cronaca.

Italiani di domani

Come Luca Sofri, anche Beppe Severgnini, giornalista e scrittore, nel suo ultimo libro Italiani di domani , esprime la convinzione che un leader dovrebbe saper offrire ispirazione e speranza: “Un leader non ha facoltà di condurre, ne ha il dovere”.

Il libro ha origine da alcuni interventi nelle università, ma è destinato a tutti coloro che vogliono provare a ragionare sul proprio futuro, e magari a cambiarlo.

Severgnini lo ha ampiamente presentato nel corso dell’ultimo anno , perciò mi sembra opportuno proporre semplicemente una citazione, che sintetizza il suo approccio ai problemi: “Noi italiani dobbiamo diventare qualcos’altro. Possiamo tenerci le nostre virtù, frutto di secoli di storia, e lavorare sulle nostre debolezze, figlie di recenti sciatterie. Le prime sono inimitabili, e ci vengono invidiate nel mondo. Le seconde sono correggibili, e quasi sempre frutto di furbizie, ingordigia, pressappochismi e disonestà (…) L’ Italia è un paese naturalmente conservatore, ma non tutto in Italia è da conservare .”. Severgnini argomenta brillantemente proprio in questa direzione, per arrivare va distinguere ciò che si deve tenere (molto) da ciò che bisogna buttare (non poco), e propone otto suggerimenti per aprire le porte del futuro, con una precisazione : oltre le porte non c’è necessariamente il successo, ma un vita ed un’ Italia migliore.

Quello che ci auguriamo.

<strong>L'Italia 'da bere' di Michele Serra: Tutti al mare, Feltrinelli 1990</strong>
Il primo agosto 1985 il giornalista Michele Serra partì da Ventimiglia con una Fiat Panda e percorse l’intero litorale italiano, arrivando a Trieste il 31 agosto, con l’obiettivo di trasformare in articoli di giornale ( che allora era l’ “Unità”) impressioni, riflessioni e piccole avventure di un italiano che viaggia in Italia. Secondo il racconto dello stesso Michele Serra, il suo amico Vittorio Spinazzola lo incoraggiò così a raccogliere in un volumetto gli articoli: “Se Luca Goldoni ( scrittore e giornalista del “Carlino”, ndr) vende centomila copie delle sue raccolte di articoli, a diecimila copie può arrivarci anche un idiota”. Il libro non ha perso niente della freschezza originaria: in una giornata uggiosa, leggete il capitoletto dedicato a Vieste…vi guarderete intorno con un altro stato d’animo!

 

Giovanni Borgognone

Un’ ipocrisia linguistico-politica a cui Sofri si oppone è quella che produce espressioni come : “non contano gli uomini, contano i programmi”, “non concentriamoci sui leader” e simili. Sofri obietta che la generosità, le competenze, il senso di responsabilità non sono in vendita al supermercato e non discendono dai programmi, caso mai succede il contrario. “Abbiamo o no bisogno di qualcuno che ci aiuti per cambiare le cose?”

Leader: la prima figura a cui personalmente faccio riferimento è quella di Robert Kennedy, ucciso a 42 anni, il 6  giugno 1968, mentre stava festeggiando la vittoria alle fondamentali “Primarie” democratiche in California.

Il senatore , proveniente da una famiglia ricchissima, aveva ottenuto i voti degli studenti dei campus, delle organizzazioni dei neri, degli immigrati . A Indianapolis, poche ore dopo l’assassinio di M. Luther King, aveva improvvisato un discorso, rimasto famoso, nel ghetto della città, un luogo in cui nessun bianco in quel momento si sarebbe avventurato . ( Il discorso è proposto nel libro di Giovanni Borgognone ( a cura di ) Robert Kennedy. Sogno le cose che non sono state mai e nel video: Robert Kennedy , Discorso di Indianapolis).

Come era riuscito Robert Kennedy a conquistare i voti dell’ “altra” America?

Il libro di G. Borgognone, grazie ad un’attenta ricostruzione, fornisce alcune risposte, ma se si guarda il video di quello che ormai è conosciuto come il “discorso sul Pil”, ci si può render conto immediatamente dell’ anticipo con cui Kennedy capì i limiti di una visione burocratica della politica e mise a fuoco le distorsioni di una concezione puramente economicistica del benessere: “Il Pil non calcola invece la salute dei nostri figli, né la qualità dalla loro istruzione o la gioia del loro giocare.(.. ) Non misura né la nostra arguzia , né il nostro coraggio ; né la nostra saggezza , né il nostro apprendimento, né la nostra compassione né la nostra dedizione al paese; in breve misura qualsiasi cosa, tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta.” (Borgognone, pag.59).

 

In politica interna, Kennedy non condivideva alcune delle teorie liberal, in quanto riteneva che  portassero ad un’espansione della burocrazia, e si richiamava all’essenza della Rivoluzione americana, cioè alla valorizzazione della partecipazione diretta all’attività politica come elemento indispensabile di una società libera . Riteneva che fosse necessario riattivare una’idea positiva della libertà e promuovere la più ampia partecipazione possibile sulle scelte pubbliche e sul modo migliore di adoperare le risorse : su materie come aria, acqua, trasporti, finanze era assolutamente necessario interpellare la comunità.

Se a novembre vinceremo e avvieremo una nuova fase per gli Stati Uniti d’America, desidero che la prossima generazioni di americani possa guardare indietro a questo periodo e dire come si disse di Platone : “Gioia vi era in quei giorni, ma di vivere”. Vi ringrazio molto

( La frase riportata coincide con la parte finale del discorso con cui Kennedy aprì la sua campagna elettorale, all’University of Kansas , il 18 marzo 1968 )

Il 5 giugno 1968 i colpi di pistola di Shiran Bishara Shiran posero fine al sogno di una nuova fase della storia Usa. Robert Kennedy morì il 6 giugno . Il treno che trasportava la sua salma a Washington venne salutato, lungo il percorso attraverso i diversi stati, da una sorta di catena umana di persone silenziose, in cui tutte le età , le razze e le condizioni sociali erano rappresentate. Il video è un documento da non perdere. Anche la trasmissione Rai “ La storia siamo noi “  mostra bene il percorso  politico e umano di RFK.

Infine un film: Viva la libertà, di Salvo Andò, tutto focalizzato sulla politica italiana.

Enrico Olivieri, il segretario del partito d’opposizione di centro-sinistra, vivacemente contestato e in crisi di consensi, fugge senza lasciare tracce. Sua moglie Anna e la sua “eminenza grigia” Andrea Bottino si rivolgono a Giovanni, fratello gemello di Enrico, geniale professore di filosofia da poco dimesso da un ospedale psichiatrico, che accetta di prendere il posto del segretario in fuga. La sostituzione, faticosa da gestire, porta a risultati sorprendentemente positivi sia nel partito che presso gli elettori : mentre il segretario era complice passivo del “circo” della politica spettacolo, il suo gemello, immune da certezze a buon mercato , incoraggia gli italiani a ripartire da se stessi.

Tratto dall’omonimo romanzo dello stesso regista, premiato per la sceneggiatura ( che forse è meglio riuscita nella prima parte ) ottimamente interpretato: non resta che vederlo !

Bibliografia

Luca Sofri, Un grande paese. L’Italia tra vent’anni e chi la cambierà, Bur 2011

Beppe Severgnini, Italiani di domani, Rizzoli 2012

Michele Serra, Tutti al mare,  Feltrinelli 1990

Marco Imarisio, Italia, ventunesimo secolo, Il Saggiatore 2013

Giovanni Borgognone ( a cura di ), Robert F. Kennedy Sogno cose che non sono state mai, Einaudi 2012

Film Viva la libertà di Salvo Andò, 2013

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3 risposte to “Italiani di oggi e di domani”

  1. Barbara Morandi

    Questo percorso è interessantissimo, ben costruito e sollecita l’approfondimento.
    L’ho proposto ad alcuni studenti del Barozzi, in biblioteca e ne è nata una piacevole conversazione. Grazie Maria Livia! Continuerò a divulgare il frutto del tuo lavoro tra gli studenti.
    Barbara Morandi

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