Ciò che inferno non è, Alessandro D’Avenia

Riparare è molto più eroico di costruire ( Ciò che…cit. pag 255) Ciò che inferno non è, Alessandro D'Avenia

Ciò che inferno non è - Alessandro D'AveniaHo scelto di proporre il romanzo di D’Avenia non solo per le sue qualità letterarie, ma anche per motivi che trascendono la letteratura.

Sempre più spesso ho l’impressione che l’Italia sia un paese rattrappito su se stesso, privo di quella prospettiva verso il futuro che dovrebbe essere una componente fondamentale della vita privata e di quella collettiva.

Mi pare che serpeggi troppa paura dei cambiamenti, che si preferisca continuare a lamentarsi piuttosto che affrontare situazioni nuove.

I media hanno colto subito questa atmosfera stagnante, infatti la televisione nazionale trasmette sempre più spesso revival di trasmissioni, musiche e cantanti degli anni ’60 e ’70.

Passando all’ ambito pubblico, sono ben pochi gli uomini politici che agiscono rapportandosi con il presente, ma con un ideale, un sogno, come ha fatto a su tempo Obama, che ha insistito in tanti discorsi sulla necessità di saper fronteggiare le difficoltà offrendo una visione del futuro, principio ben sintetizzato nello slogan “Yes, We Can”.

In “ Ciò che inferno non è” questa prospettiva esiste: il narratore-protagonista del romanzo che vi propongo trova la propria strada nel cambiamento e nel coraggio, mentre lavora ad un progetto collettivo. Vediamo.

Brancaccio, la selva

Il romanzo riprende, in chiave moderna, la struttura delle fiabe ed è ambientato a Palermo, nell’estate del 1993…

Il narratore-protagonista, Federico, 17 anni, vive in un bel quartiere della città insieme ai genitori ed al fratello maggiore Manfredi, specializzando in neurologia, che lo ha soprannominato “Poeta” a causa della sua passione per la letteratura..

Federico è studente al liceo classico “Vittorio Emanuele”, ha ottenuto ottimi voti e si sta preparando ad un’impegnativa vacanza- studio in Inghilterra.

Mentre festeggia il successo scolastico con i compagni, incontra il suo professore di religione, don Pino Puglisi, parroco al “Brancaccio” – corrispettivo contemporaneo della “selva” -, il quartiere più degradato di Palermo, privo di fognature, di scuola media e di un’area verde per i ragazzi…

Un quartiere dove ben raramente i bambini possono contare sulla presenza e sull’affetto di entrambi i genitori, dove tutto ciò che li circonda, dalle sevizie sugli animali fino allo spaccio, li porta ad odiare.

Don Puglisi si attribuisce la qualifica di “rompiscatole”, perché non accetta né compromessi né omertà.

E’ convinto che solo sperimentando “ciò che inferno non è” un bambino possa salvarsi e lavora, giorno dopo giorno, per aiutare le persone più in difficoltà.

Si impegna, insieme al comitato locale, per ottenere i servizi fondamentali che mancano, ma nel frattempo ha fatto della canonica e del vicino campetto di calcio un luogo di ritrovo sicuro, dove invita Federico ad arbitrare una partita fra i “suoi” ragazzi.

Federico accetta: per la prima volta nella sua vita va al Brancaccio e, come d’accordo, assume il ruolo dell’arbitro, ma un goal da lui convalidato suscita la rivolta.

I giocatori lo aggrediscono con insulti, lui si ribella ed inveisce contro i ragazzini, finché non interviene Lucia, 16 anni, studentessa delle magistrali: “Non giudicare quello che non conosci. Che te ne fai di andare al classico se non capisci che tutto quello che ritieni normale qui non esiste?

Federico, tornando nel suo bel quartiere in autobus, perché al Brancaccio gli hanno rubato la bicicletta, riflette sul fatto che il suo “pezzo di città”, il suo intero mondo costituisce solo la tessera di un mosaico ben più complicato e decide di non partire, per aiutare don Puglisi, un uomo che rischia la vita tutti i giorni per salvare altre vite.

La decisione del ragazzo suscita quasi un dramma in famiglia: suo padre si oppone recisamente, ma Federico si chiude in camera fino all’ora di partenza dell’aereo, poi, grazie alla collaborazione di Manfredi, nel ruolo di “aiutante”, raggiunge un accordo con i genitori: andrà al Brancaccio, ma si troverà un lavoretto per risarcirli dei soldi del viaggio.

Brancaccio, la selva si rischiara

Federico, tornato al Brancaccio, abbraccia don Pino, rivede Lucia e si sente a casa.

Le energie positive, convinte che a cambiare il quartiere sarà la resistenza paziente e costante all’ignoranza e alla miseria, agiscono con la testa, con il cuore e con le braccia.

Don Puglisi, e con lui il comitato famiglie del quartiere, continua ad insistere per ottenere una scuola media, le fognature e spazi attrezzati per i ragazzi.

Lucia lavora alla messa in scena di uno spettacolo teatrale tratto dall’opera dei pupi: i piccoli attori sono raccolti in un luogo sicuro, impegnati a studiare la parte, cimentarsi nelle prove, divertirsi.

Federico sottrae al fratello Manfredi la sua amatissima chitarra per dare lezioni di musica a Totò, uno dei bambini più solitari, e intanto collabora allo spettacolo di Lucia nel ruolo di Carlo Magno.

25 luglio 1993: le forze del male alzano il tiro

Anche il gruppo locale dei mafiosi è al lavoro, guidato da “Madre Natura”, che, muovendosi senza essere visto, trasmette i suoi ordini a “Il Cacciatore”, ” ‘U Turco” e “Nuccio”.

Da tempo, con intimidazioni e minacce, hanno dichiarato guerra ai tre coraggiosi padri di famiglia del Comitato intercondominiale, i quali hanno coinvolto nel loro progetto quegli abitanti del “Brancaccio” che intendono impegnarsi per spezzare l’equilibrio omertoso del quartiere.

Obiettivi: scuola media, spazi verdi per i ragazzi, fognature (i cui lavori stanno cominciando).

Il 25 luglio 1993 è la data discriminante: al Brancaccio si commemora l’uccisione del giudice antimafia Borsellino, televisioni e giornalisti locali intervistano don Puglisi, che ribadisce le sue richieste miranti a rendere vivibile il quartiere.

Di fronte alle immagini del sacerdote rilanciate dalle televisioni, “Madre Natura” e i suoi “fratelli” decidono di riaffermare il controllo sul territorio. Con la violenza, naturalmente.

Prima quattro di loro picchiano selvaggiamente Federico, avvertendolo “Tu qui non ci devi venire, l’hai capito?” ( Ma il ragazzo, uscito dall’ospedale, ci tornerà, scortato dal fratello).

Poi organizzano un primo agguato di avvertimento a Don Pino mentre rientra a casa e un altro in chiesa, dove, con metodi più violenti, gli spaccano un labbro.

Fino al 15 settembre 1993, giorno del compleanno di Don Pino.

15 settembre 1993

Quel pomeriggio il quartiere sembra tranquillo. Lucia e i bambini sono impegnati nelle prove dello spettacolo, Don Pino festeggia i 56 al corso dei fidanzati, poi si incammina verso casa.

Il “Cacciatore” e i suoi uomini lo sorprendono mentre prende in mano le chiavi: “Questa è una rapina!”  “Me l’aspettavo” dice il sacerdote e sorride, mentre il capo del gruppo mafioso gli spara al viso da 20 centimetri. Non ha il coraggio di guardarlo, ma coglie lo stesso il suo sorriso.

Poi gli strappano il borsello (con i soldi del corso d’inglese, che Federico gli ha affidato per intervenire presso le situazioni più difficili del quartiere) e fuggono.

Il corpo esanime di Don Pino viene scoperto dalla bambina che aveva ritrovato in lui la figura del padre ucciso dai mafiosi.

Le forze del male hanno vinto?

I bambini gremiscono la camera ardente, si stringono intorno alla bara di don Pino, recitano i versi dei “pupi” e ricordano quello che dice il mago Pipino all’orecchio di Orlandino: “Vai sempre a testa alta”.

Dopo il funerale, Lucia continua a radunare bambini per la recita dei pupi, Manfredi va al Brancaccio per insegnare a suonare la chitarra ai bambini, e molti di loro, impegnati in altre attività, hanno smesso di seviziare gli animali, prima tappa della carriera di teppisti.

Qualcuno (Nuccio, che sarà ucciso per questo) ha fatto pervenire a Maria, la donna sola con il figlio, i soldi sottratti a Don Pino.

Federico decide prendere il posto del sacerdote nelle visite in carcere ai ragazzi del quartiere, allo scopo di offrire loro un sostegno ed una prospettiva per quando usciranno.

L’amore fra Lucia e Federico è ormai sotto gli occhi di tutti: un principe azzurro senza corazza ha trovato la sua strada nel bosco, quando ha capito che, per essere felici, occorre prima di tutto coraggio.

Il risultato del lavoro collettivo si celebra il 3 gennaio 2000, quando viene inaugurata la scuola media, per cui don Puglisi si era tanto battuto, perché “Un bambino non seguito è un bambino perduto”.

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2 risposte to “Ciò che inferno non è, Alessandro D’Avenia”

  1. Barbara Morandi

    Storia attualissima,coinvolgente…romanzo di sicuro interesse per i giovani. Molti sono i messaggi : dalla solidarietà verso chi è più sfortunato al coraggio nel sostenere le proprie idee, senza lasciarsi intimorire dalla prepotenza che spesso è sinonimo di malavita. Il romanzo poi presenta un personaggio realmente esistito, don Puglisi : attraverso la narrazione il lettore viene quindi a conoscenza di un ” pezzo” di storia vera! Ancora una volta la lettura istruisce, aiuta a csescere…brava MariaLivia!!

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